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Letta oggi, in anni in cui dovremmo sentirci più al sicuro, ma non lo siamo, quest'opera – definita da Jonathan Franzen «la più bella e longeva della sua epoca» – sembra suscitare in noi più turbamento e vergogna di un secolo fa, per quanto poco ancora sappiamo di un'età misteriosa e terribile: l'adolescenza.
Ci furono anni, meno remoti di quanto si vorrebbe, in cui la sessualità era davvero un problema – un problema che toccava le radici di tutto, ma che nessuno poteva toccare. In questa temperie irrompe Frank Wedekind, scrittore destinato a dare scandalo e a rivoluzionare il teatro con Risveglio di primavera, pubblicato nel 1891 ma portato in scena solo nel 1906, e in una versione censurata. L'attacco sferrato da Wedekind alla cultura borghese era infatti troppo violento per non risultare oltraggioso. Tanto più che a patire nella loro carne l'ottusità e il moralismo repressivo di un'intera società sono fragili adolescenti: Moritz, che angosciato dalle prime pulsioni erotiche si convince di essere affetto da un'incurabile malattia dello spirito e si toglie la vita; Wendla, che il bigottismo della madre condanna a ignobili pratiche abortive; Martha, sottoposta a brutali punizioni per le più innocenti vanità. Intorno a loro, adulti murati nel rispetto di una legge che il padre di Melchior incarna nella sua forma più implacabile e cieca, tanto che le accuse di «pazzia morale» da lui mosse al figlio si capovolgono nella più feroce requisitoria che Wedekind potesse pronunciare.