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Tra l’Europa e l’America, il grande viaggiatore Jan Brokken firma quattordici racconti di speranza e nostalgia sulla grande cultura occidentale.

È sempre sulle orme dei grandi compositori, poeti e scrittori che Jan Brokken gira il mondo. E se non è lui a inseguire loro, sono loro a trovare lui. Come quando al Musée d’Orsay rimane impressionato davanti a un quadro di Caillebotte, un’ode alla folgorante modernità delle stazioni, e ricordandosi del compositore praghese ottocentesco Antonín Dvořák, che sul ritmo dei treni compose le sue melodie, decide di visitarne il villaggio natale. Dvořák l’aveva conosciuto in gioventù, durante un mese in Boemia su un’auto scassata: allora l’aveva ascoltato con Alena, appassionata di Beatles in cerca di una fuga oltre la Cortina di ferro. Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere. Così visita la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi. Testimonianze di una vita a inseguire la grande cultura europea e americana, da conoscere in prima persona: negli incontri con scrittori come Kadare, visto in carne e ossa in un bar di Tirana, o ammirando i capolavori di Matisse. Ma soprattutto, ascoltando con insaziabile curiosità le sinfonie del passato, magari cullato da un treno in corsa, perché «non c’è viaggio senza musica, almeno per me».

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